«Perché nessuno si chiami fuori». La risoluzione di Arcavacata

12 01 2008

Ecco il documento approvato all’Unical dai partecipanti all’incontro con monsignor Bregantini sul futuro della Locride

 LA LOCRIDE, la Calabria, molte aree del Mezzogiorno conoscono uno dei momenti più difficili e dolenti della  soro storia contemporanea. Nel caso della Calabria, fatti come l’omicidio Fortugno, gli incendi del periodo estivo,
ricorrenti episodi di malapolitica e di malaffare, l’eccidio di Duisburg, ci dicono che forse si è giunti alla linea di non ritorno, si toccata forse la soglia più bassa della credibilità e dell’immagine dell’ intera comunità regionale.
Un senso di impotenza, di apatia, di sfiducia alimenta la convinzione che la Calabria non possa farcela o non possa farcela da sola.
La ‘ndrangheta come struttura complessa e articolata, arcaica e postmoderna, locale e globale, come insieme compatto di elementi contorti che si rinviano, come un fatto sociale totale, che tutto contagia e contamina, fa pensare a una sorta di «catastrofe» naturale e storica che devasta la Calabria e i luoghi dove si è ramificata.
Molti fenomeni degenerativi della società calabrese e la stessa criminalità organizzata sono in parte legate al processo di spopolamento delle aree interne, di svuotamento dei  paesi, di devastazione del paesaggio, di distruzione delle coste e del conseguente, irragionevole, freddo, incompiuto, popolamento delle marine. Il problema, però, è più generale; è economico, politico, sociale e culturale, nel senso più radicale e profondo.
E’ culturale in accezione antropologica. Il degrado e la violenza non riguardano solo le ‘ndranghete, ma sono inscritte ormai nel tessuto sociale e politico della regione. La catastrofe genera assuefazione, melanconia, depressione, senso di inattività, ma anche alibi per non fare. La ‘ndrangheta richiede opera di conoscenza,
prevenzione, controllo, repressione. Scrive Bregantini che «più studieremo e faremo studiare il nostro passato, non solo scopriremo tante cause che ci impediscono di crescere e che la ndrangheta «non va mai nascosta
né tanto meno mitizzata, ma va bene conosciuta e soprattutto affrontata con intelligenza e saggezza». Per questo essa va conosciuta, contrastata, affrontata a livello culturale.
Il ruolo della cultura, della scuola, dell’università sono centrali sia per conoscere storia e meccanismi di  diffusione, sia per un’educazione, non rituale, alla legalità. Bisogna creare strutture culturali e istituzionali stabili
e non effimere; c’è bisogno di politiche di lunga durata e non effimere. La legalità non è un fatto biologico; al contrario la si conquista, la si acquisisce con l’educazione, l’esempio, la testimonianza e con valori di riferimento
alti di cui non si può fare a meno.
Svuotare la ndrangheta significa svuotarne i falsi valori, prosciugarne il brodo di cultura, bonificare il contesto in cui si afferma. Ci sono valori e tradizioni da abbattere, da dimenticare e ci sono tradizioni da custodire, da inventare, da mescolare. Nessun mutamento è possibile, nessuna modernità e innovazione sono realizzabili se si dimentica la propria storia, le proprie tradizioni, i propri saperi. Una lezione irrinunciabile è quella della necessità, dell’etica, del dovere del “fare”. La proposta e la necessità del fare non debbono trasformarsi
in predica, in enfasi, in retorica. Fare ha senso soltanto se, per l’appunto, ha un suo fondamento, una sua finalità nobile, se è legato al bene comune. Senza un progetto, senza una finalità, senza un riferimento a
un orizzonte di valori sia non solo inefficace. C’è bisogno di nuova politica, nuova cultura, nuova impresa che abbiano un fondamento etico, che sappiano guardare al bene comune, alle condizioni dei ceti sociali deboli e delle giovani generazioni. A loro dobbiamo guardare perché inviano segnali di novità e di speranza.
Il quadro generale dolente non deve  indurre alla disperazione; non deve impedirci di ascoltare le voci di quanto vogliono una nuova Calabria. La realtà presenta segni, esempi, simboli, sogni, esperienze di speranza che bisogna favorire, intercettare, decifrare, collegare, rappresentare anche al di fuori da tradizionali circuiti della politica e della comunicazione. Non un invito all’antipolitica, ma alla politica come bene della polis, come
soluzione dei problemi, come partecipazione attiva, come democrazia. Per tali ragioni, pensiamo che oggi nessuno possa disertare, nessuno possa, a cuor leggero, chiamarsi fuori, dire che non è più passibile fare niente.
Non è possibile restare, impotenti e rassegnati, davanti al bivio che la Calabria ha di fronte. Da postazioni diverse, con ruoli differenti, senza confusione dei ruoli, è necessario un grande patto per la Calabria. La responsabilità non è sempre degli altri: lo Stato lontano, la politica, i gruppi dirigenti. E’ il tempo delle
responsabilità. E’ richiesta una coerenza profonda tra quello che si dice, quello che si propone e quello
che si fa. Fare significa anche fare con, fare per, fare insieme. La politica, la Chiesa, le professioni, le organizzazioni sociali, le imprese e le associazioni debbono rinnovarsi, assumere nuove responsabilità. L’Università non può non interrogarsi sul proprio ruolo anche rispetto al posto in cui vive ed opera. Il territorio
non può essere soltanto il luogo da cui ottenere finanziamenti, è anche il luogo a cui bisogna generosamente dare.
Se non sappiamo legare destini, storie, culture, saperi, risorse, esperienze, se non sapremo
condividere responsabilità e gioie, fatica e letizia, la Calabria non ce la farà. Dall’intreccio di esperienze diverse, da un comune e forte appassionato amore alla Calabria e al suo riscatto, nascono proposte articolate, chiare,
anche se diverse per stile e per linguaggio. Un progetto di riscatto della regione richiede più voci, reti, energie, solidarietà, capacità di leggere la realtà e voglia di cambiarla. Esistono le risorse ambientali, culturali, umane – da
mettere in collegamento – per affermare nuove economie, nuove mentalità, nuove esperienze. L’iniziativa dei locali è decisiva. Ben vengano gli aiuti esterni, le solidarietà generose, le fortune insperate che hanno la capacità
di svegliare e di innovare, di iniettare fiducia e speranza, ma in tutti deve maturare la consapevolezza che alla fine il riscatto e il cambiamento sono, soprattutto, nelle mani  dei calabresi. La scommessa verrà vinta se le
comunità locali, i sindaci, gli intellettuali, le associazioni, le imprese, le cooperative, le scuole, il mondo del lavoro e delle professioni sapranno imboccare percorsi non subalterni, autonomi, sapranno creare economie e saperi, aprirsi al mondo esterno, prendere in mano il proprio destino. Ci sembra anche questo il modo migliore per salutare e ringraziare mons. Brigantini per la sua azione, per la capacità di dire parole e di compiere gesti concreti e simbolici che sono arrivati al cuore e alla testa dei calabresi.
La “lezione” di Bregantini è di avere mostrato tenacia, aver saputo resistere, progettare e realizzare con generosità; di aprirsi a riflessioni esterne, al mondo dei saperi e dell’università, di costruire collettivamente il futuro. Il futuro ha bisogno dell’opera costruttiva di ognuno di noi; di azione collettiva per il cambiamento.
Il futuro è una costruzione sociale. Sono necessarie pazienza, continuità d’impegno, entusiasmo, progetti, classi dirigenti di qualità.
 

N. B.
La “risoluzione” è il punto di arrivo di un cammino aperto e, certo, non concluso, anzi all’inizio. Si tratta di una prima stesura aperta alle sollecitazioni e alle proposte dei sindaci della Locride, degli studiosi di diverse realtà
di base della Calabria, di intellettuali, dentro e fuori l’Università, di giovani e donne, impegnati a vario livello per affermare un nuova Calabria.

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