L’antipolitica sono loro

7 10 2007

di Leo Sisti
Colloquio con Piercamillo Davigo per L’espresso del 5 ottobre 2007

Dopo Mani pulite i partiti hanno pensato solo alla restaurazione. Mentre il sistema delle tangenti è andato avanti. Così alla fine è nato il grillismo. Parola di Davigo

Dopo l’esplosione di Mani pulite l’attività di chi gestisce questo Paese è stata di rimettere il coperchio sulla pentola, non di far uscire il fango: un maldestro tentativo di restaurazione. Il ‘grillismo’ è nato da lì. Parla Piercamillo Davigo, uno dei pm di punta della Procura di Milano, protagonista di una stagione che nel ’92 è stata il detonatore della più grave crisi politica dal dopoguerra. Ne ricorda i contorni in questa intervista a ‘L’espresso’ in occasione dell’uscita del suo libro, scritto con Grazia Mannozzi, ‘La corruzione in Italia’. È anche per Davigo, da due anni giudice di Cassazione, l’occasione per discutere sul ‘che fare’ per stroncare il meccanismo perverso delle tangenti, tuttora imperante, ma anche su antipolitica, privilegi della casta, Beppe Grillo e ruolo dei media. Tracciando così un bilancio impietoso dell’Italia, che rischia di arrivare a un punto di rottura se non si pone rimedio alla piaga delle mazzette.

Dai dati da lei tratti dal casellario giudiziale nell’arco di vent’anni, dal 1983 all 2002, risulta che il picco delle denunce viene raggiunto tra il ’93 e il ’94, per precipitare nel 2000 ai livelli registrati prima dell’arresto di Mario Chiesa. Che cosa significano queste cifre? Mani pulite è dunque uno spartiacque?
“I numeri dimostrano in modo incontrovertibile che la corruzione esisteva ed era diffusa. Certo, se si guarda al ‘prima’ e al ‘dopo’ in base alle statistiche giudiziarie o dell’Istat, il nostro sembra un Paese onestissimo. Il che contrasta con gli indicatori elaborati da Transparency International, che nel 2006 colloca la ‘virtuosa’ Finlandia al primo posto in Europa e noi al penultimo, seguiti dalla Grecia. E pensare che proprio Mani pulite ha rivelato l’esistenza di intere aree dominate dalla corruzione. Nel momento in cui ci si preoccupa del declino italiano, compito di tutti, politici, intellettuali, giornalisti, imprenditori, dovrebbe essere quello di studiare metodi per contenere questo fenomeno. Invece negli ultimi 15 anni, l’unica iniziativa in questo senso è venuta da organismi internazionali che hanno costretto Roma a ratificare nuove convenzioni. In compenso molto è stato fatto per ostacolare processi e sventare il pericolo di condanne”.

Nel suo libro lei fa cenno a una ‘cifra nera’, cioè la ‘massa dei fatti punibili, ma non scoperti’. In pratica la massa delle mazzette che non vengono individuate. La si può quantificare?
“Impossibile, sarebbero stime aleatorie. Posso però dire che in certi tipi di reati la ‘cifra nera’ è pressoché inesistente. Prendiamo i furti d’auto. Tutti, quando li subiscono, sporgono denuncia. È ovvio, corrono dei rischi, hanno un interesse personale immediato. Che manca nella vittima di corruzione, crimine che colpisce la collettività. E poi si tratta di un delitto noto solo al corruttore e al corrotto. In genere, senza testimoni”.

Soluzioni per rendere più penetrabile la ‘cifra nera’?
“Negli Stati Uniti è permesso il cosiddetto ‘entrapment’, un’operazione sotto copertura che consente di incriminare pubblici ufficiali in odore di mazzette. È stata fatta anni fa in Arizona per incastrare una quindicina di deputati: avevano accettato del denaro per varare leggi che abolissero il divieto di gioco d’azzardo. Ma c’è stata una sorpresa: l’inchiesta ha prodotto un cambiamento di maggioranza nel Parlamento locale”.

Ma in Italia questo non è possibile…
“No. Un poliziotto in funzione di ‘agente provocatore’ darebbe vita a un reato impossibile: perché non è un vero corruttore. Certo, se si volessero rendere possibili operazioni ‘undercover’, ci vorrebbero norme ad hoc e adeguate garanzie. Per non incorrere in abusi”.

Mani pulite, dicevate, ha evitato che la gente scendesse in piazza.
“Ci hanno accusato di voler fare la rivoluzione. In realtà l’abbiamo impedita, Mani pulite è diventata una valvola di sfogo del malumore popolare. Nel ’92 la situazione era drammatica: svalutazione della lira, pesantissima crisi finanziaria dello Stato, stipendio dei dipendenti pubblici a rischio”.

Però Mani pulite aveva creato aspettative di pulizia, di risanamento della società. Alcuni, delusi, sostengono che nulla è cambiato, Mani pulite non sarebbe servita a niente. Ed ecco Beppe Grillo e l’antipolitica che stanno creando nuovi scenari.
“Tutto questo è conseguenza di un pessimo tentativo di restaurazione. Mani pulite ha invece svelato che cosa c’era dietro la coltre della politica: prove, tante prove, che si rubava. Confessioni, in massa, di persone che ricoprivano ruoli importanti nell’economia e nella politica. È vero, ci sono state anche delle assoluzioni, ma perlopiù solo perché erano state cambiate alcune leggi processuali. La politica è stata incapace di capire che il problema, vitale per la sua sopravvivenza, era quello di frenare la corruzione”.

Beppe Grillo ha puntato il dito, tra l’altro, contro deputati o senatori che, pur condannati con sentenze definitive, non lasciano il loro scranno. Qual è la sua opinione?
“Non si tratta solo di questo. Ci sono anche uomini politici che sono stati assolti pur essendo rei confessi. È decente che siedano in Parlamento? Ancora. Due componenti della Commissione antimafia sono stati processati in Tribunale: uno è stato condannato, l’altro ha patteggiato. In loro difesa ho sentito pronunciare questa frase: ‘I partiti scelgono chi gli pare’. Ma è mai possibile una simile presa di posizione? Ne va della credibilità dell’istituzione. Chi è onesto dovrebbe rifiutarsi di sedere vicino a condannati o a chi ha confessato reati”.

Secondo il programma dell’Unione alcune leggi ‘berlusconiane’ avrebbero dovuto essere cancellate, come ad esempio quella sul falso in bilancio, oggi reato sostanzialmente depenalizzato. Niente è stato fatto. Il malcontento generalizzato non può essere anche conseguenza di un simile comportamento?
“Certamente non contribuisce a rendere affidabile la classe politica su alcuni comportamenti fondamentali. Capisco che il centrosinistra sia in difficoltà, ha una maggioranza risicata al Senato e se anche avesse voluto, forse non sarebbe riuscito nell’intento. Non sono in grado di esprimere giudizi di questo genere. Non mi occupo di politica. Sui princìpi, però, ne sono convinto, non si negozia. Mai”.

In questo periodo spesso è sotto tiro l’atteggiamento dei mass media verso la politica, inclusi anche i giornalisti che soprattutto in tv evitano domande scomode.
“Nessun giornalista contesta mai con dati di fatto quanto viene riferito dai politici. Non so se sia solo una questione di volontà. Credo sia anche una questione di capacità”.

Nel ’92 Mani pulite è scoppiata, come s’è visto, perché i conti dello Stato erano drammatici. È stata inevitabile la rottura del sistema. E adesso?
“Non credo avvenga subito, anche se ora non è in atto una recessione. Certo se ci dovesse essere una grave crisi economica, il sistema potrebbe rompersi. Un meccanismo di corruzione diffusa è incompatibile con uno stato moderno. Così non può durare”.

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