LOCRI, CROCEVIA DI DUE ITALIE

12 06 2007

di Padre Bartolomeo Sorge, S.J.

Padre Bartolomeo SorgeIl 16 ottobre 2005 a Locri (RC) veniva assassinato dalla ’ndrangheta un uomo seriamente impegnato per il bene comune, Francesco Fortugno, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria.
Migliaia di giovani sono scesi in piazza, sfidando a volto scoperto la criminalità organizzata:«L’omertà, la vostra forza; noi giovani, la vostra fine!», «E adesso ammazzateci tutti!», dicevano alcuni striscioni.
Mons. Giancarlo Bregantini, vescovo di Locri-Gerace, ha marciato con i manifestanti. Nella sua coraggiosa omelia esequiale (che riproduciamo integralmente in questo numero alle pp. 71-75), ha sottolineato il significato della rivolta morale dei giovani; essa è necessaria — ha detto —, ma è necessario che lo Stato prenda finalmente a cuore il caso Calabria: «chiedo a tutte le forze politiche di star molto accanto alla gente, di ascoltarla, di star vicino alla Locride, di seguire i nostri passi, di intrecciare le economie del Nord, più organizzate, con la freschezza delle intuizioni dei nostri giovani imprenditori, di rifinanziare il prestito d’onore, di non tagliare la spesa sociale, perché allora, non intervenendo adeguatamente nelle ferite aperte, esse non saranno feritoie di grazia ma cancrena sociale, che la mafia, astutamente e perfidamente, utilizzerà per i suoi iniqui scopi!» (pp. 74 s.).
A un mese esatto dall’assassinio, il 16 novembre, la risposta è giunta puntuale, ma sbagliata: la maggioranza oggi al Governo ha approvato la devolution, che — se non sarà respinta in sede di referendum confermativo —
introdurrà in Italia un germe di divisione e di secessione mascherata, mettendo a repentaglio la sorte delle Regioni più deboli, a iniziare dal Sud.
In un simile contesto, il messaggio di Locri trascende ovviamente i confini della città e della Regione e interessa il futuro dell’intero Paese. Locri diviene il crocevia di due Italie. La prima è l’Italia vecchia, che spesso e volentieri dimentica il Mezzogiorno o, quando se ne ricorda, lo considera irrimediabilmente in mano alla mafia. Tanto che nell’agosto 2001 l’on. Pietro Lunardi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha potuto fare una affermazione incredibile, che dalla Sicilia è rimbalzata su tutta la stampa nazionale: «Con la mafia e la camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità
ognuno li risolva come vuole» (la Repubblica, 24 agosto 2001). L’altra è l’Italia nuova, che ha fiducia nella capacità di riscatto della gente del Sud e non si rassegna a lasciarla sola; considera il Sud una risorsa, la mafia un cancro da
estirpare e la «questione meridionale» una emergenza nazionale. «Il problema, oggi — ha detto mons. Bregantini —, non è solo a Locri, ma è soprattutto a Roma. Cioè a dimensione nazionale, non solo locale» (p. 72). La rivolta morale
di Locri, dunque, ha valore di «segno»: anticipa da un lato il volto del nuovo Sud, dall’altro quello di un’Italia nuova.

1. Il volto del nuovo Sud
Del Mezzogiorno non si sente quasi più parlare. Si tende a rimuovere il problema dalla coscienza del Paese. Mentre si discute di Europa e di globalizzazione, la forbice Nord-Sud in Italia si allarga e l’emergenza si fa più grave.
Certo, gran parte del Meridione è tuttora condizionato dalla vecchia logica clientelare, legata alle sovvenzioni pubbliche, al lavoro nero, ad attività un po’ lecite e un po’ illecite, su cui prosperano la cultura della illegalità e le mafie.
Le cause sono antiche. In assenza di una matura cultura imprenditoriale, il Mezzogiorno ha avuto una crescita economica basata in gran parte sull’uso degli strumenti della spesa pubblica e sulla circolazione improduttiva di molto denaro, spesso sporco o riciclato. È questo il tallone d’Achille dello sviluppo delle Regioni meridionali: la gente consuma, ma senza avere una base produttiva adeguata, senza uno sviluppo economico corrispondente. È l’humus adatto al proliferare della mafia. Scrivevamo queste cose già anni fa, ma purtroppo valgono ancora: nel 2004, secondo stime dell’Eurispes Calabria, la ’ndrangheta, con i suoi traffici illeciti, ha realizzato un giro d’affari di quasi 36 miliardi di euro, pari al 3,4% del PIL nazionale, impedendo ogni sano sviluppo economico nella Regione.
Tuttavia, la rivolta morale di Locri dimostra che oggi vi sono Regioni del Sud che presentano un volto nuovo. Le migliaia di giovani scesi in piazza dicono che nella Locride e in Calabria non tutto è mafia e rassegnazione. Esistono energie, valori e soprattutto uomini e donne nuovi, sempre più numerosi, che si espongono in prima persona e lavorano con rinnovata forza morale al riscatto della propria terra. Essi vivono in una condizione umana e professionale difficile; compiono perciò il proprio lavoro con una fatica molto maggiore di chi vive al Centro o al Nord. Sono persone oneste e coraggiose, che reagiscono alla omertà e alla pseudocultura della rassegnazione, di cui la mafia si serve per soggiogare la popolazione; rifiutano la vecchia cultura assistenziale, che porta a considerare favori da chiedere o da ricambiare quelli che, in
realtà, sono diritti da esigere e doveri da adempiere. Ha scandito con forza mons. Bregantini nella sua omelia: «Non più vivere né pensare in termini di “assistenzialismo”, che ha devastato la nostra coscienza e desertificato la
nostra terra, svuotandola di ogni iniziativa imprenditoriale. Se tutto aspettiamo dagli altri, nulla mai faremo e nulla costruiremo per il futuro nostro e dei giovani, né saremo più capaci di opporci a chi, con la forza della violenza, vuole
mangiare sugli appalti, speculare sulla cooperazione, organizzare il controllo del territorio» (p. 74). I giovani del Sud oggi sanno che devono essere essi stessi i protagonisti del proprio sviluppo.
Questo è il primo messaggio che viene dalla rivolta morale di Locri. Non è stata una mera reazione emotiva di fronte all’ennesimo intollerabile crimine mafioso, ma la punta di un iceberg, il traguardo di una maturazione culturale
lenta e profonda. Infatti, al cambiamento ha contribuito (e contribuisce) attivamente l’ampio movimento di laici ispirati cristianamente, che da circa un decennio si impegnano a costruire sviluppo e giustizia sociale in Calabria, e in
particolare nella Locride, creando lavoro, crescita e integrazione sociale, spezzando il circolo vizioso innescato dagli interventi ordinari e straordinari per il Mezzogiorno, male impiegati o sperperati, che in gran parte finivano nelle
mani della mafia.
Sono eloquenti i dati del Rapporto presentato al Convegno su «Etica e sviluppo locale in Calabria» (Roccella Jonica [RC], 7 novembre 2005), organizzato dalle imprese e cooperative sociali sviluppatesi negli ultimi anni, grazie sia al «Progetto Policoro», promosso dalla Chiesa italiana e dalle diocesi calabresi, sia al movimento per il lavoro e la giustizia sociale animato da mons. Bregantini, attivo specialmente nella Locride. Si tratta di ben 152 imprese (molte altre sono in via di costituzione), che danno lavoro a 1.315 persone, con un fatturato complessivo di oltre 16 milioni di euro. La cosa più interessante — si legge nel Rapporto — è che si tratta di attività collegate tra loro dallo sforzo e dalla volontà di animare un unico progetto di sviluppo economico e sociale della Calabria, guidato da chiari valori etici di ispirazione cristiana.
Inoltre, queste realizzazioni hanno dato origine a livello nazionale a un’ampia rete di collegamenti con il Trentino, la Lombardia, l’Emilia-Romagna, con tante diocesi del Nord-Est e di tutta Italia, con il Consorzio Nazionale della
Cooperazione Sociale (CGM) a cui fanno capo oltre 80 consorzi e 1.300 cooperative sociali (cfr ).
Dunque la rivolta morale di Locri rivela un cambiamento di cultura e di mentalità, particolarmente significativo in un contesto sociale nel quale — come nota il Rapporto — essere onesti è una anomalia, e la libera concorrenza e il libero esercizio d’impresa divengono comportamenti eroici; dove, per trovare lavoro, è più importante essere «amico degli amici» che
avere competenza professionale e capacità umane. Andando coraggiosamente contro corrente, il movimento delle cooperative sociali in Calabria favorisce invece la gente umile che non ha «santi in cielo» a cui raccomandarsi, ma pos-
Locri, crocevia di due Italie 7 siede doti umane e buona volontà. Il risultato è sorprendente anche dal punto
di vista economico: infatti — conclude il Rapporto —, si dimostra che è possibile ottenere ottimi risultati, seguendo logiche e dinamiche che sfuggono agli «ingegneri dello sviluppo locale», né trovano posto nei piani ufficiali di
programmazione.
Tuttavia, la ’ndrangheta prima che una questione di organizzazione criminale è una questione di cultura civile e di legalità. A sua volta dunque il riscatto del Sud, prima che sullo sviluppo economico, deve fondarsi sulla ripresa morale e civile. È questo il passaggio più efficace e risolutivo per estirpare il cancro della criminalità organizzata, che in radice è appunto un
fenomeno di devianza culturale e di costume. Lo rilevava la Chiesa italiana in un importante documento già qualche anno fa: «Deve essere ben chiaro che questo fenomeno [la mafia] non è il Mezzogiorno; ne è invece solo una malattia,
un cancro, contro il quale la coscienza generale del Sud, assieme a quella di tutto il Paese, si indigna e reagisce»; la estirpazione di questo male, senza la quale non può esserci crescita civile del Mezzogiorno, si ottiene soltanto a partire
dal piano morale e culturale, attraverso «una vera “mobilitazione delle coscienze” perché sia ricuperata, assieme ai grandi valori morali dell’esistenza, la legalità, e sia superata l’omertà che non è affatto un atteggiamento cristiano»
(CEI, Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno [1989], n. 14).
La reazione popolare di Locri oggi — come ieri quella di Palermo, dopo l’assassinio di Falcone e Borsellino (1992) — conferma che questa consapevolezza è cresciuta nel Sud.
Il Mezzogiorno chiede sì aiuto, di cui sa di avere bisogno, ma vuole essere protagonista responsabile, intelligente e libero della propria elevazione morale e civile. «Agli amici del Nord — scriveva già don Sturzo — domandiamo comprensione e solidarietà […]. D’altra parte sarà bene che il Mezzogiorno faccia da sé e stabilisca esso stesso le basi del proprio
risorgimento» («Il Mezzogiorno e la politica», nel giornale Il Domani d’Italia, 9 novembre 1947). È questo, dunque, il primo messaggio che viene dalla rivolta morale di Locri.

2. Il volto di un’Italia nuova
Tuttavia i recenti fatti di Calabria non manifestano soltanto il volto di un nuovo Sud. Nello stesso tempo contengono un secondo messaggio, in quanto fanno intravedere il volto di un’Italia nuova, confermando la valenza nazionale
della «questione meridionale». Dimostrano che il Mezzogiorno, con le sue luci e le sue ombre, non solo è parte integrante ed essenziale del Paese, ma, con i suoi fermenti, lo aiuta concretamente a uscire dall’emergenza democratica in cui si trova. Le profonde trasformazioni sociali, culturali ed economiche degli ultimi anni hanno contribuito a diffondere anche nel resto
d’Italia, in notevole misura, lo smarrimento di valori morali e la perdita del senso di socialità e della cultura della legalità, che i vescovi siciliani lamentavano nell’Isola. La caduta del senso di socialità — scrivevano nel 50° dello Statuto regionale — «ha prodotto tendenze egoistiche, gonfiando il catalogo dei diritti e delle pretese dei singoli, esaltando l’individualismo, lasciando in ombra i doveri, le relazioni, le responsabilità»; nello stesso tempo, la caduta del senso della legalità «ha prodotto un inquinamento esteso e profondo che investe non soltanto la devianza penale, ma la stessa cultura delle regole di una convivenza ordinata» (CONFERENZA EPISCOPALE SICILIANA, Finché non sorga come stella la sua giustizia, 1996, n. 14).
Come negare che la medesima caduta di senso della socialità e di cultura della legalità affligga oggi in larga misura l’Italia intera? Basta vedere come è stata pericolosamente abbassata la guardia nei confronti della criminalità organizzata. Al punto che un partito (l’Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro) continua ad avere responsabilità di governo in Sicilia, nonostante che il Presidente della Regione in persona e 10 dei suoi 17 consiglieri regionali siano indagati o arrestati per favoreggiamento e concorso esterno in associazione mafiosa (cfr la Repubblica, 25 novembre 2005, 10).
Come è possibile che nel Lazio, alle porte di Roma, la situazione sia degenerata fino al punto di imporre lo scioglimento del Consiglio comunale di Nettuno per «accertate forme di ingerenza da parte della criminalità organizzata» (cfr Corriere della Sera, 25 novembre 2005, 23)?

Eppure questi e altri episodi non stupiscono più di tanto, se si considera che il 19 ottobre 2004 è stato presentato in Parlamento un disegno di legge di iniziativa governativa: Delega al Governo per il riordino della disciplina in materia di gestione e destinazione delle attività e dei beni confiscati a organizzazioni criminali (Atto Camera n. 5362).
Lo stesso Governo, cioè, si propone di rivedere e in certo senso di svigorire la Legge 13 settembre 1982, n. 646 (Rognoni-La Torre), che finora ha funzionato bene, consentendo di confiscare alla mafia 6.566 beni immobili e di destinarli a cooperative di giovani o a scopi di utilità pubblica. Infatti, il nuovo disegno di legge prevede la possibilità di presentare ricorso contro la confisca, senza limiti di tempo (oggi il ricorso è ammissibile solo fino alla confisca definitiva) e su richiesta di chiunque sia titolare di un «interesse giuridicamente riconosciuto». Di conseguenza — come denuncia l’associazione «Libera» —, qualora il disegno di legge venisse approvato, le attività sociali fiorite in questi 23 anni sarebbero tutte a
rischio di chiusura: «tutti i beni confiscati (dai terreni coltivati da coraggiose cooperative di giovani agli immobili trasformati in sedi di servizi sociali o in caserme delle forze dell’ordine, solo per fare alcuni esempi) finirebbero in un limbo di assoluta incertezza. Ovvero esattamente il contrario di quanto sarebbe necessario oggi. Le mafie, infatti, hanno da tempo affinato i meccanismi con cui riciclano i proventi delle loro attività illecite e nel nostro Paese si registra, negli ultimi anni, una consistente flessione del numero dei beni confiscati» (<www.libera.it/index.asp?idpagine=544>). È questa la vecchia Italia che i giovani di Locri apertamente denunciano e contestano, mentre annunziano il volto di un’Italia nuova.
In particolare, essi chiedono una classe dirigente nuova, moralmente e professionalmente all’altezza del suo compito. La gente non ne può più di parole, di promesse, di demagogici «contratti con gli italiani». Lo ha detto a chiare lettere perfino l’on. Pier Ferdinando Casini: «Gli italiani sono stufi di illusioni e illusionismi — ha gridato il 27 novembre 2005 alla Convenzione dell’UDC —. In campagna elettorale non farò come un prestigiatore che illude. Non evocherò il pericolo bolscevico».
L’allusione è trasparente e non ha senso cercare di smentirla. Per uscire dall’emergenza, dunque, l’Italia ha bisogno soprattutto di politici seri e onesti con programmi credibili e capaci di scelte coraggiose e coerenti, che testimonino la loro effettiva pulizia morale anteponendo il bene comune agli interessi personali e degli amici. Non è casuale che sia
questa la prima conclusione del Convegno di Roccella Jonica, con il quale si è voluta raccogliere l’eredità di Francesco Fortugno: «I partiti dunque rifiutino pubblicamente persone e sostegni discussi o discutibili, nei territori e a
livello regionale, non solo in Calabria. Si pronuncino già a partire dalle prossime elezioni politiche affermando di non voler nemmeno un voto procurato dalle cosche o dalle massonerie deviate. Ogni partito pretenda lo stesso atteggiamento
dalle proprie sezioni locali in ogni futura consultazione amministrativa. Espella dal partito persone, anche a livello locale, notoriamente discusse o discutibili».
Se manca il coraggio di questo passo iniziale, quale leader potrà essere credibile, quando dichiara di voler portare l’Italia alla democrazia matura?
Nello stesso tempo, il comportamento esemplare della comunità ecclesiale di Locri e del suo Vescovo in questa difficile circostanza ha mostrato come la Chiesa può farsi presente e contribuire efficacemente alla crescita socioculturale, politica ed economica dei cittadini, senza compromettere la natura religiosa della propria missione e nel pieno rispetto della laicità e dell’autonomia delle istituzioni pubbliche. I fatti di Calabria quindi sono un richiamo pure alla comunità ecclesiale italiana. A Locri la Chiesa locale ha mostrato che, quando si condividono i problemi della gente e si è vicini ai poveri e agli emarginati, non nascono dubbi sul modo corretto di intendere i rapporti tra religione e laicità dello Stato. Com’è possibile che a livello
nazionale invece siano tornati i toni da «crociata» e da «storici steccati»?
Collaborino, piuttosto, cattolici e laici, Chiesa e Stato, nel rispetto della propria diversa identità e di una nuova laicità, che sola consente di costruire insieme una democrazia matura, fondata — finalmente dal Nord al Sud — sulla legalità,
sulla correttezza democratica e sui valori della nostra Costituzione.
È urgente dare questo volto nuovo all’Italia, per smentire quanti invece legiferano in modo da lacerarne l’unità, nel contesto di una riforma istituzionale che stravolge la Carta repubblicana. Locri, crocevia di due Italie, insegna.

(testo tratto dalla rivista “Aggiornamenti sociali” – © FCSF – Aggiornamenti Sociali)

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