25 aprile: ha ancora un senso celebrare la memoria della Liberazione?

17 04 2007
  • SPECIALE A CURA DI GIOVANNI PECORA 

Cari amici,
vorrei utilizzare questo spazio per un dibattito culturale, che vada al di là della semplice battuta.
Vorrei sentire le vostre opinioni su questo quesito: HA ANCORA UN SENSO L’ANTIFASCISMO NEL 2007?
Come bisognerebbe affrontare la tematica “fascismo – antifascismo” nelle scuole, con i giovani, con chi non ha a cuore i valori della Resistenza?
Ha ragione chi dice che bisognerebbe dimenticare?
E’ vera l’equivalenza “fascismo=comunismo” nel senso della dittatura e degli orrori, come sostiene una parte del mondo culturale di centro-destra?
A voi, se volete, le risposte.
Giovanni Pecora

SPUNTI DI RIFLESSIONE

Cominciamo a riflettere ascoltando un testimone del tempo: Primo Levi, scrittore ebreo italiano, deportato ad Auschwitz.

Ritorno ad Auschwitz – prima parte

Ritorno ad Auschwitz – seconda parte

Ritorno ad Auschwitz – terza parte

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Fascismo e razzismo: ecco il video del discorso tenuto il 18 settembre 1938 a Trieste in cui Mussolini annuncia le leggi razziali.

Mussolini a Trieste annuncia le leggi razziali

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Rapporti tra mafia e destra fascista in Sicilia: PLACIDO RIZZOTTO, sindacalista socialista siciliano, ex partigiano, assassinato dalla mafia dei latifondi in Sicilia.         

LA VICENDA

La sera del 10 marzo 1948 Placido Rizzotto non uscì solo dalla Camera del lavoro. Con lui c’erano Vincenzino Benigno e Giuseppe Siragusa. Si avvicinò a loro Pasquale Criscione, incamminandosi con i tre amici. Dopo un poco, Siragusa si congedò e tornò a casa, lo stesso fece Benigno, mai pensando cosa poteva succedere lasciando solo Rizzotto. Il sindacalista percorse la via Bentivegna, fino all’angolo della chiesa di San Leonardo, dove l’aspettavano Luciano Liggio e un altro gruppo di mafiosi. Nacque una discussione molto animata, quasi una lite, ha raccontato Luca, un testimone oculare oggi ottantenne (La Sicilia, 6 marzo 2005). A questa discussione Rizzotto tentò di mettere fine urlando ´”Adesso basta, lasciatemi andare!”. Ma quelli lo presero a forza, facendolo salire sulla 1100 di Liggio, che immediatamente sgommò verso una fattoria di contrada Malvello. Fu in quel posto che Rizzotto, dopo essere stato picchiato a sangue, venne assassinato. Successivamente, il suo cadavere fu buttato in una foiba di Rocca Busambra. Al delitto assistette un pastorello di 13 anni, Giuseppe Letizia, che tornò sconvolto in paese, in preda ad una febbre altissima. Nonostante le manifestazioni di protesta della Cgil e dei partiti di sinistra, nessuno avrebbe mai saputo più niente di Rizzotto, se una gola profonda ante litteram, Giovanni Pasqua, relegato nel famigerato carcere dell’Ucciardone, non fosse divenuto improvvisamente loquace, indicando gli assassini del sindacalista in Luciano Liggio, Pasquale Criscione, Vincenzo Collura ed altri. Dopo alcune battute, i carabinieri di Dalla Chiesa riuscirono ad arrestare Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che, il 4 dicembre 1949, interrogati nella caserma di Bisacquino, fecero clamorose rivelazioni. Ammisero, cioè, di aver partecipato al sequestro di Placido Rizzotto, in concorso con Leggio Luciano, che poi avrebbe ucciso la vittima con tre colpi di pistola.

LA STORIA

Placido Rizzotto nacque a Corleone da Giovanna Moschitta e Carmelo Rizzotto. Primo di sette figli, perse la madre quando era ancora bambino. In seguito all’arresto del padre, con l’accusa di far parte di un’associazione mafiosa, fu costretto ad abbandonare la scuola per occuparsi della famiglia.
Durante la seconda guerra mondiale prestò servizio nell’esercito sui monti della Carnia, in Veneto, con il grado di caporale prima, di caporal maggiore poi e infine di sergente. Dopo l’8 settembre si unì ai partigiani della Brigata Garibaldi.
Rientrato a Corleone al termine della guerra, iniziò la sua attività politica e sindacale. Ricoprì l’incarico di Presidente dei reduci e combattenti dell’ANPI di Palermo e quello di segretario della Camera del lavoro di Corleone.
Impegnato a sostenere i contadini nella lotta per l’occupazione delle terre, organizzava gli stessi ad occupare le terre dei boss locali, mettendosi a capo del movimento contadino. Era nel mirino di mafia e padroni. Placido aveva osato sfidare i boss mafiosi locali. Da subito si oppone al sistema malsano di assegnazione dei lavori e delle terre, cercando di guidare la forza propositiva della gente a combattere la mentalità delle minacce e del terrore. Si batte per l’applicazione dei “Decreti Gullo'” che prevedevano l’obbligo di cedere in affitto alle cooperative contadine le terre incolte o malcoltivate dai proprietari agrari.
Uno dei feudi che vengono assegnati alle cooperative agricole è quello di Strasatto dove comandava un giovane mafioso che diventerà tristemente famoso: Luciano Liggio. Tra Rizzotto e Liggio c’era già stato uno scontro che era finito male per il mafioso il quale si era ritrovato appeso all’inferriata della Villa comunale.
Tra i primi feudi su cui marciarono i contadini di Corleone fu il feudo “Gristina”, che venne concesso con decreto del tribunale. Ma quando si recarono sul posto per quotizzarlo e dividerlo tra di loro, i mafiosi cominciarono a sparare dalle vicine montagne, costringendo i contadini ad una precipitosa fuga. Ma il giorno dopo, con l’intervento dei carabinieri, si recarono di nuovo su quel feudo e iniziarono a coltivarlo.
A questo punto i padroni, i mafiosi e alcuni “pezzi” dello Stato decidono di farla finita una volta per tutte con questi “sovversivi”. Il primo maggio del 1947 cominciarono a seminare terrore con la strage di Portella delle Ginestre e negli anni successivi catturano e uccidono sistematicamente tutti i capi sindacali che osavano mettersi loro contro. La sera del 10 marzo 1948 la mafia sequestrò ed uccise il segretario della Camera del lavoro, Placido Rizzotto.
Per riorganizzare il movimento arrivò da Palermo il compagno Pio La Torre e, nel novembre ’49, le lotte ripresero impetuose. I contadini siciliani occuparono i feudi Malvello, S. Ippolito, Patria, Celso, Santo Porto e persino Strasatto, di cui era gabelloto Luciano Liggio. La lotta durò 28 giorni e, alla fine, il tribunale, cui avevano chiesto la concessione di quei feudi, non accettò le loro domande.
Per niente scoraggiati, ripresero le occupazioni nella primavera del ’50, ma gli arresti di centinaia di contadini delusero ancora le loro speranze. Solo alla fine del ’50, con l’approvazione della legge di riforma agraria, la situazione cambiò. Nel giro di pochi anni il latifondo fu distrutto, anche se diversi contadini poveri non ebbero lo stesso la terra e furono costretti a emigrare al Nord Italia o all’estero
In questa realtà si intrecciano le vite di tanti personaggi che scriveranno, nel bene e nel male, la storia della seconda metà del Novecento: il giovane universitario Pio La Torre che sostituisce Rizzotto alla guida dei contadini corleonesi e che subirà la sua stessa tragica sorte; l’allora capitano Carlo Alberto dalla Chiesa, capo delle indagini sulla morte di Rizzotto, ucciso Generale in un attentato nel 1982; Luciano Liggio, mandante dell’omicidio di Placido Rizzotto, che diventerà uno dei più potenti boss della mafia siciliana. Le indagini, condotte dall’allora capitano dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, porteranno all’arresto di Luciano Liggio, uno degli assassini di Rizzotto, e vennero alla ribalta due dei suoi fedelissimi luogotenenti: Totò Riina e Bernardo Provengano, ed al ritrovamento dei miseri resti del sindacalista. La settimana prima della scomparsa di Placido Rizzotto, sulle Madonie, era stato assassinato il capolega Epifanio Li Puma. Meno di un mese dopo, a Camporeale, verrà ucciso Calogero Cangelosi. Sono alcuni di una lunga serie di sindacalisti, capi contadini e semplici lavoratori a cadere sotto il piombo della mafia del feudo

LA SENTENZA

Il 30 dicembre 1952 la Corte d’Assise di Palermo, visto l’art.479 cpp, assolve, per insufficienza di prove, Leggio Luciano, Criscione Pasquale e Collura Vincenzo accusati di avere assassinato la sera del 10 marzo 1948 il sindacalista Placido Rizzotto. Si vanificavano, così, mesi di difficili indagini, condotte dal capitato Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Per i giudici di Palermo l’unica certezza era la scomparsa di Placido Rizzotto. Invece, il sequestro, l’assassinio, il ritrovamento dei suoi resti in una foiba di Rocca Busambra, il loro riconoscimento da parte dei familiari, le iniziali confessioni di Criscione e Collura, rimasero solo labili indizi, insufficienti per condannare i colpevoli. Questa sentenza rappresentò il collaudo del geniale metodo della ´lupara biancaª, che i “corleonesi” avrebbero continuato ad applicare anche in futuro. Occultando il cadavere della persona uccisa, infatti, diventa impossibile dimostrare l’omicidio.La vicenda Rizzotto aveva fatto “scuola”. A voler esaminare attentamente i fatti, però, numerosi interrogativi restano in piedi. Come mai,per esempio, i giudici diedero più credito alla tesi della difesa secondo cui furono fatte ´violenze di ogni sortaª sugli imputati per costringerli a confessare? Come mai, comunque, non si procedette a denunciare l’ufficiale dei carabinieri, “reo” di violenza contro gli imputati? Come mai i giudici si mostrarono cosÏ certi dell’inattendibilità del riconoscimento dei resti del Rizzotto da parte dei familiari, nonostante l’estrema precisione e i dettagli da questi riferiti? Come mai, infine, per quanto riguarda la causale del delitto, i giudici non presero in considerazione il ruolo di dirigente sindacale di Rizzotto, le lotte per la terra che aveva diretto e l’essere il Criscione, il Collura e il Liggio esponenti riconosciuti della mafia di Corleone?
Inizialmente si seguì la pista passionale. I primi a farla circolare furono gli stessi investigatori. Rizzotto non morì per la sua attività di sindacalista che dava fastidio alla mafia… morì perchè, eterno fidanzato di quella ragazza Leoluchina Sorisi, non voleva più sentirne di sposarla. Ironia della sorte, la sera del 14 maggio 1964, Luciano Liggio fu arrestato nella casa di
Leoluchina Sorisi, dove si nascondeva da alcuni mesi e dove fu trovata la foiba con i resti di Rizzotto. Nonostante tutto Liggio, Criscione e Collura furono assolti.

RIZZOTTO ED IMPASTATO – due uomini un solo destino –

Placido Rizzotto e Peppino Impastato, due figure di militanti di sinistra, che hanno pagato con la vita il coraggio delle scelte difficili e scomode della lotta alla mafia e per la difesa dei ceti più deboli. Due figure che come tante rischiavano di rimanere nell’oblio (infatti i miseri resti di Rizzotto giacciono fra scartoffie nei sotterranei del Palazzo di Giustizia di Palermo), se non fosse stato per il contemporaneo lancio del pur boicottato film di Pasquale Scimeca e del film, ben più fortunato e in odor di Oscar, di Marco Tullio Giordana. Rizzotto e Impastato sono due personaggi che, oltre ad essere esempio per le giovani generazioni, si ergono a simbolo delle tante vittime della mafia dimenticate e volutamente fatte dimenticare da chi, complice di un certo stato di cose, ha ritenuto più comodo nascondere verità, fatti e uomini che avrebbero potuto scardinare stratificazioni di potere basate sull’ignoranza e sul qualunquismo. Rizzotto e Impastato diventano così il monumento per quei tanti militanti, per quei tanti compagni le cui storie appartengono ormai ad una memoria remota, citati in sequenza dal protagonista del film dedicato al sindacalista corleonese, quando questi rimembrando le loro uccisioni si chiede: “A chi tocca ora?”. Due uomini autentici, Rizzotto e Impastato, due storie vere e tragiche, due cammini nobili che danno motivo di nascita ai due film: “Placido Rizzotto” e “I Cento Passi”, pellicole antiretoriche e passionali, che narrano le brevi esistenze e le speranze di due giovani che rappresentano generazioni diverse e modi di vita differenti, aventi in comune però i medesimi sogni, le medesime aspirazioni, miseramente infrante dalla bestialità dell’uomo. Placido Rizzotto, giovane bracciante e dinamico sindacalista che aveva fatto il partigiano, organizza i contadini nella lotta per le terre e contro dunque la grossa proprietà terriera, la cosiddetta destra agraria e latifondista, arrogante e mafiosa. Peppino Impastato, giovane militante di estrema sinistra, che aveva avuto il coraggio di rompere con la famiglia mafiosa, difende i contadini, gli edili, i disoccupati dalle prevaricazioni dell’ambiente mafioso, utilizzando anche la tagliente arma dell’ironia a cui la mafia può contrapporre solo il tritolo. Personaggi e film rappresentano l’energia, la voglia di costruire qualcosa di nuovo, l’immaginazione, nonostante tutto e tutti. Rizzotto e Impastato sono due figure comunque molto attuali, due “Che” nostrani, il cui esempio, sacrificio e insegnamento, andrebbe recuperato in ogni realtà locale, anche nella nostra, perché non c’è bisogno di abitare a Cinisi o a Corleone per osservare che la mafia esiste, è reale ed opera concretamente, usurpando i diritti dei cittadini e muovendosi attraverso tanti canali, compreso e non ultimo quello elettorale e politico, fatto di appalti, finanziamenti e, per andare più sullo spicciolo, di promesse, di favori, clientele e soprattutto di diritti che vengono svenduti per concessioni. Se ancora ci si vuole chiedere a cosa servano questi film e perché siano meritevoli di visione, appare evidente che si possono trovare molteplici risposte, io preferisco chiudere con le suggestive parole di Pasquale Scimeca, il regista di “Placido Rizzotto”, il quale afferma che “il sublime senso poetico che emana ogni manifestazione di coraggio, ogni puro sentimento di dignità umana, ogni difesa dei deboli, ogni fatto autenticamente popolare, merita di essere narrato, ha bisogno anzi di essere narrato e tramandato alle generazioni, affinché tra le generazioni gli uomini non smarriscano più i sogni”.

(Fonte: Associazione Assaltare il cielo)

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Cosa ne pensano in Europa della destra italiana?         

Il «Guardian»: Berlusconi è il nuovo fascismo, Blair e l’Europa se ne accorgano
16 marzo 2006

«Si può argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia»
«Berlusconi è il fenomeno politico più pericoloso oggi in Europa». Di più: «È la più temibile minaccia alla democrazia in Europa occidentale dal 1945». A scriverlo non è uno dei tanti giornali italiani che il premier ascrive all’opposizione, ma uno dei più autorevoli quotidiani inglesi, The Guardian, indipendente, ma da sempre vicino al Labour.

Duro il giudizio contenuto nell’editoriale firmato da Martin Jeacques. Durissimo quando spiega che Berlusconi «con i suoi attacchi indiscriminati a chiunque lo ostacoli sulla strada del potere personale e dell’arricchimento, ha avvelenato la vita pubblica italiana. È un discendente diretto di Mussolini».
Ma l’aspetto forse più interessante della polemica lanciata dal Guardian è un altro: la prospettiva tradizionale del giornale estero che da lontano distilla giudizi sull’Italia viene rovesciata. E si dice chiaramente che se Berlusconi è un pericolo per la democrazia, questo è un problema che deve essere compreso e affrontato, prima ancora che in Italia, in Europa e nel Regno Unito.
È duro il giudizio sulle scelte del New Labour inglese e di Tony Blair, accusato di aver accolto Berlusconi come suo alleato privilegiato nella politica filo-Bush di fronte alla rottura dell’Europa sulla guerra in Iraq: «Blair mostra chiaramente un rapporto politico e personale con Berlusconi. E questo ha dato l’impronta a tutto il New Labour: Berlusconi è visto come l’uomo con cui avere a che fare».

Un errore gravissimo, una responsabilità condivisa a livello europeo: «Si può argomentare che l’estrema destra incarnata da personaggi apertamente razziste e xenofobe come Jean-Marie Le Pen e Jorg Haider rappresenti un pericolo più grande, ma questi personaggi rimangono tutto sommato outsider nella scena politica europea. Berlusconi no. Durante i suoi due mandati come primo ministro c’è stata una seria erosione della qualità della democrazia e del livello della vita pubblica in Italia».
Il problema che c’è oggi in Italia si può anche chiamare fascismo. Proprio così. E «il rapporto fra Berlusconi e il fascismo italiano non è difficile da decifrare». Ma a un patto: «C’è sempre stata una tendenza privilegiata a credere che il fascismo torni nelle sue vecchie forme. Ma questo non è mai stato il vero pericolo. Ciò che dobbiamo temere è il ripresentarsi del fascismo in un nuovo abito, che rifletta le nuove condizioni globali, economiche e culturali, del tempo in cui si vive. Berlusconi è proprio questo. Mostra disprezzo per la democrazia: ad ogni occasione cerca di distorcerla e di abusarne. Non ha rispetto per le autorità indipendenti – pronto ad accusare i giudici di essere lacché dell’opposizione e descrivendoli come «comunisti».

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MA SONO SOLO PAROLE?         

I FASCISTI DI FORZA NUOVA SFILANO NEL CENTRO DI CATANIA

Nella stessa città, qualche mese dopo, l’Ispettore della Polizia di Stato Filippo Raciti cadeva vittima negli scontri tra “ultras” del Catania calcio e le Forze dell’ordine.
Scontri a Catania tra Polizia e ultras

Anche se non si possono fare parallelismi o accuse non sostanziate da prove, è fin troppo risaputo della contiguità che esiste in quasi tutte le città d’Italia tra i cosiddetti “ultras” e frange dell’estrema destra politica.

Di Canio saluta con il saluto romano i tifosi in curva

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La mia conclusione è dunque questa:
il fascismo è ancora tra noi, e non è più solo il folklore del saluto romano: è INCITAZIONE ALL’ODIO CONTRO I DIVERSI, è RAZZISMO, è BULLISMO, è INTOLLERANZA RELIGIOSA…         

Il sindaco di Treviso, il leghista Gentilini, incita all’odio contro gli stranieri

Cominciamo a dire in faccia cosa pensiamo di chi, nel Terzo Millennio, parla ancora di differenze di razza e color della pelle:
DICIAMO “NO” AL RAZZISMO PER RIBADIRE IL NOSTRO “NO AL NUOVO FASCISMO”!

(clicca per vedere il videoclip)

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7 responses

17 04 2007
Saverio Greco

Per noi ha ancora senso.
Lo abbiamo scritto qui
http://www.saveriogreco.it/leggi.php?id=97

21 04 2007
Max

Secondo me ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni nel rispetto degli altri. Quindi anche chi si dice fascista o comunista è libero di esprimere le proprie opinioni e di manifestare liberamente ma pacificamente. Altrimenti dovremmo vietare anche le manifestazioni comuniste e quindi qualsiasi altra manifestazione del pensiero che si discosti dal ‘dogma’ democratico e antifascista.
Solo chi compie atti di violenza deve essere censurato e condannato. E’ questa la vera democrazia.
Il fascismo è morto da un bel po’ e ancora stiamo a discutere dei valori dell’antifascismo e della resistenza.
Il problema non è tanto essere antifascisti e cioè contro qualcosa ma è quello di diventare dei democratici veri.
E poi sarebbe interessante sapere quanti italiani furono antifascisti durante il fascismo e non dopo. Sarebbe interessante vedere quanti fascisti(tanti) si riciclarono nel Pci e nella Dc per esempio. Sarebbe interessante sapere anche quanti italiani fecero la resistenza:pochi. E’ stato molto facile per molti italiani dirsi antifascisti solo quando il fascismo era ormai morto.
La festa del 25 Aprile è piena della solita retorica antifascista e democratica. E’ come la festa dei lavoratori del primo maggio oppure come il primo articolo della nostra costituzione che recita così:”L’Italia è una repubblicata fondata sul lavoro” ma che vuol dire?! mah….. Francamente siamo il popolo più ipocrita e retorico che sia mai esistito.
Basta con la vuota retorica elevata all’ennesima potenza. E’ anche la vuota retorica democratica del 25 aprile che fà tornare alla luce i patetici movimenti fascisti.

22 04 2007
admin

Ognuno è libero di avere le sue opinioni, anche Max, ovviamente.
Ma una cosa sono le opinioni pacifiche e liberamente espresse da Max, altra cosa è condividerle.
Personalmente sono preoccupato: secondo me il fascismo non solo non è mai morto, ma si è risvegliato in tutto il mondo sotto spoglie diverse.
Il fascismo in Italia oggi si chiama “intolleranza”, “xenofobia”, “violenza negli stadi”, “bullismo”, ecc.
Se non lo si combatte, se si abdica con il qualunquismo come vorrebbe Max che dice “tutti sono stati fascisti”, e quindi sottintende “nessuno è fascista”, e frasi tipo “il 25 aprile ed il primo maggio sono solo retorica”, ecco che allora rischiamo che veramente il fascismo ritorni.

Altra storia è quella del comunismo: personalmente non faccio classifiche degli orrori, ed i morti per mano di violenti per me sono tutti morti degni di memoria e di ricordo.
L’unica cosa che ci tengo a sottolineare è di non fare anche in questo del facile qualunquismo: il comunismo – o meglio i comunisti – in Italia non ha nulla a che vedere con il cosiddetto “socialismo reale” di Mosca o di Pechino.
Possono avere mille difetti (e quale politico italiano non ne ha?), ma hanno a loro merito quello di aver permesso che in Italia si realizzasse la democrazia, anzi ad aver contribuito in maniera determinante alla pacificazione nazionale dopo il fascimo (non dimenticare, Max, che fu Togliatti a far aprire le carceri dei prigionieri politici da ministro della Giustizia subito dopo la Liberazione) ed a varare la nostra stupenda Carta Costituzionale, oggetto di ammirazione e letteralmente copiata da decine di Stati in tutto il mondo.

Per questo ha senso, secondo me, celebrare con forza il 25 aprile.

GP

22 04 2007
Max

Se cercare di essere sinceri e onesti con se stessi e con gli altri significa essere qualunquista allora sono un qualunquista.
Va benissimo celebrare il 25 aprile come festa della liberazione, ma purtroppo, sempre secondo me, è diventata ormai solo vuota retorica. Sempre secondo me, è vuota retorica affermare che “la Repubblica italiana è fondata sul lavoro”; com’è vuota retorica fare la festa dei lavoratori.
La democrazia non si celebra e non si afferma solo con le vuote parole roboanti sui valori della democrazia. La vera democrazia si misura con i fatti. E la nostra classe dirigente spesso e volentieri parla di democrazia ma poi la calpesta sistematicamente con i fatti.
Il fascismo, il comunismo e il nazismo sono stati dei regimi dittatoriali tremendi.
In Italia è verissimo che il nobile movimento comunista, sostanzialmente, si è distinto dal panorama estero(Unione sovietica, Cina etc) per un comportamento democratico che ha permesso di costruire insieme alla Dc e alle altre forze politiche socialiste e liberali la nostra Repubblica democratica.
E’ difficile fare le graduatoria dei buoni e dei cattivi anche dei movimenti che si ispiravano o che ancora si ispirano a ideologie e regimi dittatoriali.
La democrazia esiste ed è vera se lascia ai propri cittadini la libertà d’espressione e di pensiero anche per i fascisti purchè la libertà d’espressione non diventi un comportamento violento.

22 04 2007
Max

Brani tratti dal libro Il Ribelle di Massimo Fini.

25 APRILE.”I fascisti si dividino in due categorie: i fascisti propriamente detti e gli antifascisti”(Mino maccari). E’ così difficile da capire che l’antifascismo non è un fascismo di segno contrario, ma il contrario del fascismo?”

LIBERALI:”Un liberale che pretende che tutti lo siano, non è un liberale:è un fascista”

23 04 2007
adele filice

Per i tempi che viviamo, e per quanto, con la consueta, straordinaria semplicità, presentava Enzo Biagi ieri sera, nella prima puntata del suo RT, ci sarebbe da ri-fondare e celebrare reiteratamente, magari con cadenza mensile, una festa della Resistenza, contro le associazioni delinquenziali, lo strapotere e i soprusi degli pseudo-politici, l’assoluta rimozione di valori e parole come etica, onestà, dignità, senso dello Stato, civismo ect, ect, ect. Ad una sola condizione: senza passerelle di nomi più o meno illustri, ma solo con la partecipazione di oscuri, ignoti, misconosciuti e dignitosi cittadini che ricordino cosa significa il 25 aprile, il 25 maggio, il 25 giugno…. e così via discorrendo. Del passato teniamone conto, ma guardiamolo come tale e soprattutto lasciamoci insegnare….

1 05 2007
max

“Una ricorrenza fra retorica e mancato riscatto politico”
Articolo di Massimo Fini uscito su “Il gazzettino” il 27/04/2007

Sulla Resistenza si è giocato un voluto equivoco, né innocente né innocuo, che ha permesso agli italiani di autoconvincersi di aver riconquistato la libertà con le proprie mani e anche di far finta di aver vinto una guerra che avevano invece perduto e nel modo più ignominioso.
Nell’ambito di quel grandioso e drammatico evento che fu la Seconda Guerra mondiale, la Resistenza italiana ebbe un ruolo del tutto marginale. Fu un riscatto morale per quelle poche decine di migliaia di uomini e di donne che vi presero parte, non un riscatto politico dell’intero popolo italiano che dopo la caduta del Regime, il 25 luglio del 1943, si mise alla finestra, in attesa di salire sul carro del vincitore.

Gli italiani avevano aderito in massa al fascismo. Ne fanno fede, oltre alla Storia in sè, i libri di De Felice («gli anni del consenso»), il fatto che furono solo tredici i docenti universitari (i cui nomi sono dimenticatissimi) che si rifiutarono di giurare fedeltà al Regime, perdendo la cattedra, e molto esiguo il numero dei fuorusciti (fra i quali mi onoro di annoverare mio padre, Benso Fini, esule a Parigi dal 1924 dopo essere stato manganellato più volte dalle camice nere, perché mi sono stufato di sentirmi dare del «fascista» dai figli dei fascisti). Avevano accettato le vergognose leggi razziali del 1938. Erano entrati con entusiasmo in guerra a fianco dell’alleato tedesco, convinto di schierarsi col più forte, anche se in seguito si autoconvinsero di averlo fatto «obtorto collo» (tanto che, ad un certo punto, lo scrittore Oreste Del Buono ironizzò: «Qui va a finire che il 10 giugno del 1940 a piazza Venezia c’eravamo solo io e Montanelli»).

Il Regime fu buttato già da un colpo di Stato interno allo stesso fascismo. Poi venne il vergognoso «tutti a casa» dell’otto settembre 1943. Con i nazisti non bisognava allearsi, abbandonarli nel momento culminante di una lotta per la vita e per la morte, passando dall’altra parte mentre già si profilava la sconfitta, fu un atto profondamente sleale e vile. L’Italia fu liberata, dalle truppe angloamericane, neozelandesi, sudafricane, canadesi, indiane, marocchine, l’apporto dei partigiani fu minimo, irrilevante e quasi puramente simbolico. Ma il 25 aprile del 1945 si assiste a un miracolo gaudioso: gli italiani da tutti fascisti che erano stati, erano diventati, di colpo, tutti antifascisti. Poi ci furono le scene da macelleria messicana di piazzale Loreto, con i vinti appesi per i piedi al famoso distributore di benzina e le donne che, una volta depositati a terra i corpi, pisciavano sui cadaveri. Ci furono le ragazze che erano andate a letto con i nazisti o con i fascisti portate in giro nude per le strada, rapate a zero, ed esposte al ludibrio di una folla immonda (ed è quindi inutile, caro Pierluigi Battista, scandalizzarsi per l’umiliazione inflitta alle «spie» afgane col farle sgozzare da un ragazzino talebano dodicenne, noi abbiamo fatto di peggio, di molto peggio). Se il 25 aprile è «la festa di tutti gli italiani», come afferma il Presidente Napolitano, lo è nel senso che celebra il nostro storico opportunismo.

Il mito e la retorica della Resistenza non sono stati privi di conseguenze. La più evidente è stata il «terrorismo rosso» che proprio a quel mito e a quella retorica si richiamava e che godette di ampie complicità e simpatie («i compagni che sbagliano»).

Ma la conseguenza più grave è che grazie al mito e alla retorica della Resistenza gli italiani non hanno fatto i conti con se stessi e con la propria storia. E sono quindi rimasti quelli che erano durante il fascismo e dintorni: conformisti, opportunisti, trasformisti, proni a qualsiasi Potere, anche criminale; se è in grado di far paura e di elargire privilegi sostanzialmente mafiosi, perdutamente vigliacchi (tranne rare eccezioni, ancor più ammirevoli, oltre che inutili, in un simile contesto), accondiscendenti con i forti, feroci e crudeli, soprattutto se in branco, con i vinti e con i più deboli.

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