I laici rispettino i vescovi, ma i vescovi rispettino i laici

29 03 2007

 Ecco la lettera che vorremo indirizzare al cardinal Bagnasco per ricordargli come esista anche un’alta autorità morale laica che, da Kant a don Milani, testimonia il desiderio universale degli uomini e delle donne di realizzare il bene dell’umanità

da “Aprile on line” 

Egregio Cardinale Bagnasco, Vostra Eminenza, 
Noi rispettiamo l’alto magistero della Chiesa cattolica.
Lei ci consentirà tuttavia di affermare in premessa che il Suo non è il solo alto magistero al mondo: ci sono numerosi alti magisteri di altre autorità spirituali cristiane non cattoliche: primati ortodossi, caldei, aramaici, anglicani, episcopali, battisti, ecc.
Ci sono i magisteri delle guide spirituali di altre religioni non cristiane: i gran muftì, i grandi ayatollah, gli imam delle moschee e dei luoghi sacri più importanti, i rabbini capi, le autorità religiose buddiste e shintoiste, il Dalai Lama. E ci fermiamo alle religioni universalmente accettate e riconosciute.
Ma, oltre a questi, esiste anche un altro alto magistero, laico e non religioso, rappresentato, ad esempio, dalle Nazioni Unite con la sua dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dall’Unione europea con la sua carta costitutiva, dagli stati nazionali con le loro costituzioni, e dalla miriade di organizzazioni sovranazionali e nazionali che hanno il compito di metterne in pratica i valori: valori di giustizia, di equità, di uguaglianza, di rispetto delle donne e dei bambini, di promozione della famiglia, di lotta contro il razzismo e contro la malattia. Azioni insufficienti e spesso inefficaci, ma comunque ispirate all’alto magistero morale della cultura laica, dal quale gli uomini e le donne di buona volontà traggono stimolo per intensificare i propri sforzi, così come Ella e i Suoi lo traete dal magistero religioso del vostro Sommo Pontefice.

Non ci scandalizza quindi la Sua “nota” a nome dei vescovi italiani contro i Dico e per la protezione della famiglia “naturalmente” ordinata, anche se quel termine “nota” fa pensare più a quelle che i professori minacciavano di mettere sul registro per punire gli scolari indisciplinati che non ad un genuino e aperto invito al dialogo. Su quelle note non avevamo possibilità di intervento e ci era solo consentito presentarci davanti al preside e accettare la nostra punizione. Se, al contrario, ci fosse consentito replicare alla Sua nota, vorremmo dire che non vediamo come la regolarizzazione civile di alcune persone che non vogliono sposarsi possa danneggiare o conculcare la libertà dei molti che sposare si vogliono (religiosamente o civilmente – ma in quest’ultimo caso, temo, Lei li considererebbe concubini e peccaminosi); e tanto meno vediamo come un simile provvedimento – i Dico – potrebbe danneggiare le famiglie che già ci sono, particolarmente quelle italiane, note nel mondo per un altissimo tasso di familismo, morale o amorale che dir si voglia.
Ma poiché di “nota” si tratta, ci sarà consentito replicare con una nota nostra che trae legittimità e spunto dall’alta autorità morale di cui ci sentiamo investiti, non per grazia divina, ma in virtù delle opere e degli scritti di alcuni che consideriamo nostri maestri di morale: da Platone ad Agostino, da Duns Scotus a Galileo, da Cartesio a Pascal, a Kant, Bertrand Russell, Jacques Maritain (il filosofo cattolico estensore della Carta dei diritti dell’uomo), fino al Don Milani della scuola di Barbiana e a Jon Sobrino, il teologo gesuita recentemente ridotto al silenzio dal Suo Pontefice.

Nella nostra nota, ispirata agli alti valori umani e spirituali degli autori citati, vorremmo in primo luogo invitare la Chiesa cattolica ad abbandonare la fastidiosa ostentazione di pompa, gli abiti sgargianti, i damaschi, le babbucce ricamate, gli ori, i monili preziosi, di cui vescovi e alti prelati amano circondarsi nelle loro apparizioni pubbliche (e non solo liturgiche). Tutto ciò produce, anche sul piano simbolico, lo sgradevole effetto di una lontananza dalle preoccupazioni e dalle condizioni di vita di gran parte dell’umanità sofferente, e fa sospettare una sostanziale indifferenza nei loro confronti.
Vorremmo anche con la nostra nota segnalare alle gerarchie cattoliche, e in particolare al Cardinale Prefetto incaricato della supervisione dei 100.000 e passa ospedali e cliniche religiose sparsi per il mondo, l’immoralità di erogare i loro servizi spesso soltanto a pagamento, nonostante i generosi contributi delle autorità locali, cosicché in molti paesi i poveri e i bisognosi ne sono esclusi e debbono fare ricorso alla laica assistenza pubblica o alla carità. Vorremmo anche ricordare l’immoralità della pratica diffusa di impiegare personale che, con la scusa che si tratta di novizie o di religiose, non viene pagato (o è pagato pochissimo), non ha sicurezza né diritti sindacali. Di fatto, questo personale, spesso importato dai paesi più poveri per servire i malati dei paesi più ricchi, si trova nelle condizioni che le Nazioni Unite hanno definito di “quasi-schiavitù”.
La nota potrebbe estendere queste considerazioni all’immenso sistema di istruzione cattolica nel mondo, molto sovente al servizio (ampiamente retribuito) delle classi più agiate, delle élites politiche ed economiche e non dei bisognosi.
Vorremmo a questo proposito ricordare anche la stretta contiguità della Chiesa e dei suoi alti prelati con il potere politico, perfino là dove esso assume aspetti particolarmente odiosi (indimenticabile e emblematica è l’immagine del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II a fianco del dittatore cileno Augusto Pinochet mentre saluta dal palazzo della Moneda). La difesa dei diritti umani, della vita e della famiglia umana, la si fa combattendo e denunciando coloro che li violano, che uccidono i padri e le madri, che rapiscono i bambini. Ancora oggi in molti paesi non democratici e autoritari i vescovi nominati dal Vaticano sono schierati a fianco delle “autorità”, politiche ed economiche, che reprimono e sfruttano, e non tra la gente comune bisognosa di protezione. Quando, raramente, è avvenuto il contrario, la Chiesa ha condannato severamente i propri preti e vescovi e li ha ridotti al silenzio.

Nella nostra nota vorremmo infine ricordare alla Chiesa cattolica che la sua gestione gerarchica, verticistica e repressiva del dissenso è contraria allo spirito della civiltà occidentale, di cui ci consideriamo eredi, che al contrario si ispira a valori di tolleranza, di dialogo e di rispetto delle diversità. Se la Chiesa cattolica fosse una associazione di diritto privato non verrebbe riconosciuta dallo Stato italiano perché le mancano i più elementari requisiti di pubblicità delle decisioni e di democrazia interna. Una grande associazione in cui Uno ha il diritto di decidere per tutti e non risponde a nessuno è contraria alla legge, tanto più in quanto pretende di dare “ordini” non tanto a coloro che non ne fanno parte, ma anche a chi, pur riconoscendosi in essa, non alcuna possibilità di influenzarne le decisioni. Le metafore sono sempre suggestive, ma considerare gli esseri umani un “gregge”, non in senso metaforico, non è una bella cosa.
Ecco, caro cardinale Bagnasco, questo per sommi capi il contenuto della “nota” che le vorremmo inviare.
A differenza di Lei, non abbiamo titoli particolari per farlo. E tuttavia le nostre credenziali spirituali e filosofiche, che abbiamo in comune con milioni di nostri concittadini, sono buone quanto le Sue. Incontriamoci quindi, al più presto, per il bene dell’umanità. Chissà che non ne venga qualcosa di buono. Noi daremo il peso che merita alla sua “nota”. Lei, sono sicuro, farà altrettanto con la nostra.

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30 03 2007
admin

«Il tema della laicità è un dovere fondativo per le nostre istituzioni. Bisogna avere rispetto per i fenomeni religiosi, in particolare per la presenza significativa della religione cattolica, ma proprio per questo bisogna avere l’ambizione di realizzare ogni giorno la laicità dello Stato»: è la risposta del presidente della Camera, Bertinotti (Prc), alla Nota della Cei.
Il tema della laicità dello Stato, ha affermato Fausto Bertinotti, «è fondativo per le istituzioni». E chi le rappresenta ha «il dovere di difendere il carattere laico delle istituzioni stesse, altrimenti si determinerebbe un vulnus legislativo». Per Bertinotti, comunque, la discussione tra legislatore e autorità religiose può essere utile soltanto se si parte da due punti: il primo è che «la laicità dà l’idea dell’autonomia del legislatore; il secondo è «che esiste una libertà delle gerarchie ecclesiastiche a potersi esprimere».

 

Sento di condividere pienamente questa affermazione del Presidente della Camera Fausto Bertinotti.
GP

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