La mafia fa paura, la paura fa mafia

25 03 2007

di Antonio Orlando
(da “La Riviera online” 23-03-2007)

Mercoledì scorso ho partecipato alla manifestazione di Polistena insieme con la mia famiglia, con le mie allieve e i miei allievi e con alcuni miei colleghi.
Intanto è stato bello trovarsi.
Non è cosa da poco di questi tempi e non è aspetto da sottovalutare in Calabria. Partecipare tutti insieme, ognuno con il proprio vissuto e con le proprie idee e posizioni, ad una iniziativa antimafia “senza se e senza ma”, scusate se insisto, ma non mi pare proprio cosa di poco conto. Poi ho “ri-trovato” vecchi amici venuti da lontano che non vedevo da moltissimi anni ed anche questo mi pare significativo e quasi emblematico. Non si torna al paese natio per vedere i parenti, ma per una manifestazione, è strano, ma succede.
Per il resto il clima che si respirava era quello di una gioia composta e contenuta, poco chiasso e poca esibizione, pochi slogan e molta consapevolezza di essere, se non in trincea, sicuramente a difendere una barricata. L’elenco delle vittime, dei morti ammazzati è troppo lungo e si allunga di anno in anno in maniera preoccupante ed angosciante.
 Tornano in mente i versi di Quasimodo – e come potevano noi cantare col piede straniero sul cuore e come possiamo noi danzare, giocare, scherzare, ridere mentre ascoltiamo quella litania interminabile di cognomi, noti e meno noti, a volte ricorrenti, a volte inusuali, che di tanto in tanto si ripetono a cantilena sempre identici ad indicare il sacrificio di intere famiglie. Non si può.
 Neppure i ragazzi ci sono riusciti. Hanno partecipato in tantissimi, colorati, vivaci, esuberanti come solo la gioventù sa essere e tuttavia melanconici anche se non del tutto rassegnati. 2.500 morti ammazzati negli ultimi dieci anni, una media di 250 l’anno, poco più di 20 al mese, quasi uno al giorno ! Don Ciotti lo ripete da un mese in tutte le scuole della regione: “basta”, “basta” e ancora “basta”; non se ne può più di tutto questo sangue, di tutta questa violenza, di questa oppressione che ci costringe a vivere come “il popolo degli Eloi”.
 Decadenza e degradazione da un lato e fuga verso il futuro sperando che non si ripeta, in una nuova epoca, la situazione di oggi. Come ne “La macchina del tempo” di Wells dobbiamo constatare ogni giorno che esistono oramai due sole razze: gli Eloi, i dominati e i Morlock, i dominatori.
 Gli Eloi, miti, cortesi, gentili, riservati, introversi hanno gradatamente dovuto cedere di fronte all’arroganza, alla prepotenza ed alla forza dei Morlock, lerci, degenerati e truci. Alla fine i deboli si sono rassegnati e si sono acconciati a condurre una vita finta, sottomessa, determinata dalla volontà dei dominatori. Abbiamo permesso che 132 famiglie acquisissero il dominio della Calabria e adesso liberarsi da questa morsa diventa impresa titanica .
 Gli agganci, i legami, le alleanze con le istituzioni, le imprese, i partiti e la società civile sono diventati così stretti da determinare oramai non più una semplice contiguità, bensì una compenetrazione talmente fitta da essere inestricabile.
 Si potrebbe fuggire da questo incubo non solo da un punto di vista “spaziale” e cioè andando a vivere altrove, lontano da queste contrade insanguinate, ma anche da un punto di vista “temporale” proiettandosi in una dimensione da “viaggiatore del tempo”, vivendo “con la testa altrove”, come facevano gli anarchici di origine ebraica e di lingua yiddish.
 E’ una battuta, non ci sono le condizioni. Bisogna intanto dare onore e merito a don Ciotti per essere riuscito a collegare tra loro i parenti delle vittime, non per costituire l’ennesima associazione, ma per mantenere viva la memoria e la speranza e per rappresentare la coscienza di tutta la società. Appare singolare che la bandiera della battaglia antimafia sia stata raccolta ora dalla Chiesa, o meglio, da alcuni uomini di Chiesa, mentre, è palese, che la Sinistra ha deposto le armi e conduca solo una pallida ed imbelle lotta alla criminalità in punta di diritto preoccupandosi, ad ogni piè sospinto, di evidenziare la democraticità, il garantismo ed il perfezionismo tecnico-giuridico dei codici e delle leggi.
 Risulta smarrita quella acquisizione culturale che, in anni non tanto lontani, aveva permesso di distinguere nettamente il formalismo giuridico dalla produzione di norme fattuali ed incisive, reali ed efficaci.
 Le leggi somigliano sempre più alle classiche “grida” di manzoniana memoria e la loro applicazione è diventata una specie di gioco di società molto a la page.
 Nonostante tutto il pessimismo e lo scetticismo, compreso, magari, un cinismo amaro e sardonico, non si può sfuggire, però, alla domanda finale di don Ciotti: qual è la parte, infinitesimale quanto si vuole, ma pure concreta, di responsabilità mia?
 Che cosa posso fare di più? Dal momento che manifestare e marciare non basta e, probabilmente, diciamocela tutta e in maniera brutale, alla lunga neanche serve. Una risposta, forse non esiste o forse è prematura oppure servono risposte plurime.
 Solo gli stalinisti avevano le risposte pronte e ne avevano una per ogni questione.
 Tutti noi, piccoli ed insignificanti, possiamo solo non stringere le spalle ed accettare la sfida di questi preti scomodi ed antipatici quanto si vuole, però coraggiosi. Posso indignarmi, posso scandalizzarmi, posso adirarmi, posso reagire, posso non girarmi dall’altra parte, posso parlare.
 Tutto questo lo possiamo fare e lo dobbiamo fare.
 Non chiedetemi di denunciare, non chiedetemi di diventare un delatore, in sostanza non chiedetemi di diventare complice di una illegalità in nome del principio che per scacciare una illegalità grande si può fare ricorso ad una illegalità minore.
 Proviamo a rovesciare la domanda di don Ciotti. Cosa possono fare di più di quello che fin ora non hanno fatto le istituzioni nella lotta alla mafia?
 Ognuno di noi è pronto a scodellare la sua ricetta e le soluzioni prospettate sarebbero moltissime e variegate.
 Assodato tutto questo, cosa chiede a me, individuo singolo il potere nella lotta alla mafia? Una sola cosa: la delazione, mascherata sotto le mentite spoglie della denuncia civile.
 Noi, invece, da tempo chiediamo allo Stato quello che l’on. Forgione ha, con tanto successo, esposto a Polistena. In sostanza chiediamo una cosa semplicissima, che lo Stato prosciughi l’acqua dentro cui vive, prospera e si sviluppa la mafia e per fare questo non ha bisogno delle nostre denunce perché ha già il nostro consenso.
 La delazione, invece, è l’altra faccia della corruzione, corrode l’animo e trasforma un essere umano in un personaggio in balia del potere.
 Qualcuno spieghi a Loiero e compagni che noi, compresi don Ciotti e don Demasi, non siamo “personaggi”, forse lui è un personaggio, noi siamo persone, non indossiamo maschere, non ricopriamo ruoli e non calchiamo palcoscenici.
 Lor Signori, i soliti feudatari della politica sono venuti a recitare una parte e a Polistena è toccata loro quella compunta e dimessa degli umili servitori dello Stato, che non gli è riuscita tanto bene perché le parole non bastano e non servono più. Allora, torniamo al cuore del problema, cosa posso fare come singolo?
 Posso non rassegnarmi, posso affinare le mie capacità di giudizio, posso distinguere in modo sempre più netto il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto e posso, infine, acquisire coscienza.
 Chi mi garantisce che tutto questo porti inevitabilmente ed esclusivamente ad una perfetta consapevolezza del bene, del giusto e del bello? Ho davanti agli occhi la figura di un vigoroso Giovanni Paolo II che durante una visita in Sicilia tuonò come non mai contro i mafiosi intimando ( non invitandoli) loro di pentirsi e di temere il giudizio di Dio.
 Forse riuscì a scuotere la coscienza sonnolenta di qualche tiepido cattolico, sicuramente non sfiorò minimamente quella dei mafiosi. Del resto, diceva Hannah Arendt, “una buona coscienza non esiste se non come assenza di una cattiva”.
 E’ proprio il male “non banale” quello più difficile da estirpare.

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