Se la Politica uccide l’Etica è finita la nostra civiltà

13 03 2007
di Giovanni Pecora
 

“W l’Italia”,  il giorno dopo. 
Ora siamo tutti indignati perchè abbiamo scoperto l’acqua calda, e cioè che la classe politica calabrese, dal presidente all’ultimo dei lecchini, è a dir poco indecorosa.
Lo sapevamo tutti, ma l’averlo visto sbattere sulle facce degli italiani dalla televisione ha dato una dimensione quasi da tregenda al surreale e per certi versi grottesco spettacolo della politica politicante: d’altronde io insegno nei miei corsi di comunicazione che “il mezzo è il messaggio”, come profetizzava Marshall McLuhan. Ed allora “viva la televisione” – mi perdoni Karl Popper –  se una volta tanto scuote le coscienze di tutti invece di assopirle.
   

Ma ora tocca anche a tutti noi, a quella aeriforme società civile che deve prendere corpo se non vuole restare vento che fa solo rumore tra le foglie, acqua che scorre e non lascia segno.
Guai a noi, ad esempio, se resterà impunito quel devastante messaggio d’illegalità che è passato sotto gli occhi di milioni di telespettatori quando quel portaborse in diretta televisiva ha “raccomandato” telefonicamente il suo amichetto al professore universitario: che qualche magistrato, o qualche cittadino onesto, si decida a denunciarlo per tutti i reati connessi a quella telefonata, altrimenti alle prossime elezioni quel lacchè prenderà non 200, ma 2.000 voti.
O si dimostra che l’illegalità non paga, o saremo sommersi dall’illegalità. Guai a noi!
   

Ma abbiamo anche  “l’obbligo della speranza”.
A che servirà che la Calabria abbia ormai Università di livello europeo, aree di eccellenza nella ricerca, grandi progetti come l’area industriale di Lamezia o grandi potenzialità già concrete come il porto di Gioia Tauro, se poi passerà quell’altro devastante messaggio sussurrato a mezza bocca dal consigliere Damiano Guagliardi:.
Non so se la percentuale è realistica o eccessiva, ma so che il dato di base è assolutamente vero: in Calabria chi opera nelle libere professioni o nella libera impresa o scende a patti con il potere politico o deve mettere in conto una corsa ad handicap che pochi, pochissimi imprenditori e professionisti sono in grado di sostenere.
Allora io posso anche accettare, a livello di scelta personale, di aver vissuto un sogno (o forse un incubo) per un ideale, e di aver subito di buon grado tutte le umiliazioni quotidiane, anche quelle di vedere il tuo compaesano semi-analfabeta e senza arte né parte, però che vive di “pane e politica” come uno di quelli visti in tv, che diventa ricco e potente mentre tu che ti sei consumato la vita sui libri non gli fai neanche ombra. Posso accettarlo ed anche esserne masochisticamente lieto visto che in quel modo ho preservato la cosa più preziosa che possiedo, cioè la mia dignità di uomo libero.
Ma dopo che ai miei figli, per essermi immolato sull’altare di quella dignità, non riuscirò a dare né agi né ricchezze materiali, volete che almeno io abbia la soddisfazione di vedere che il malaffare non paga, e che l’eredità morale che sto cercando di custodire per loro ha un valore commensurabile almeno in termini di riconoscimento sociale?
Oggi non è così, perchè fino ad oggi al furbetto del quartierino hanno ammiccato in tanti, in troppi anche tra le persone oneste, visto che fino ad oggi chi si è arricchito con la malapolitica può anche sedere in Parlamento o sui più alti scranni regionali “per nomina”, può continuare a governare tranquillamente in barba alle fumose chiacchiere di chi parla di moralizzazione della politica sedendo però sullo stesso ramo che, secondo quello che ci racconta, starebbe per segare.
Noi abbiamo l’obbligo della speranza per i nostri giovani, altrimenti dovremo avere il coraggio di gridare anche noi a loro “fujitevenne ‘e Napule”, come nella famosa invettiva di Eduardo De Filippo.
Mi sono sempre detto che invincibili non sono quelli che vincono le guerre, ma chi sconfitto sempre non rinuncia a battersi di nuovo. Invincibile è chi non si arrende mai.
Sapete, amici,  non sono più tanto sicuro di questa bella frase retorica.
Non bastavano i figli dei mafiosi con i loro macchinoni e i “roléx” d’oro: oggi ad insidiare i cuori dei nostri ragazzi ci sono pure i figli dei politici e delle loro terze e quarte schiere, migliaia e migliaia di smidollati, ignoranti come caproni ma ricchi e potenti. E soprattutto apparentemente “vincenti”.
Al raffronto con i primi potevi mostrar loro che quello non era vivere, era solo la scelta di essere promessi sposi alla morte. La “malavita”, appunto.
Ma il raffronto con i secondi, se non scatta quella ormai irrinunciabile questione morale che “è” la questione meridionale in generale, e calabrese in particolare, è difficilissimo se non impossibile da contrastare.
E allora la battaglia è persa: se i nostri giovani sognano solo di diventare ricchi con la politica, per noi è finita.
Se la Politica uccide l’Etica è finita la nostra civiltà.
  

 

 

 

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13 03 2007
Massimo Veltri

Per molti, non tantissimi però, i due servizi della terza rete sono stati pugni, forti, allo stomaco. Una specie di epifania, nel senso di rivelazione, ch’è servita a capire come siamo ridotti: una perla su tutte l’affermazione di Loiero che aveva osteggiato Callipo per il Polo di Lametia, altrimenti sarebbe stata una sconfitta. Per lui.
Per altri, più aggiornati, più “impegnati”, più presenti, invece niente di più d’una conferma. Ma una conferma data erga omnes, in prima serata, in tutt’Italia, dopo la Stampa, il Corriere, il Sole… . Altro che Popper e McLuhan…, qui i nomi, e le categorie, da chiamare in causa sarebbero, sono altre. Qui le azioni da intraprendere sarebbero, sono, di portata generale. E invece tutto procede liscio: alla Regione tutto come prima, nei partiti la mozione Fassino è in Calabria al 90 per cento… quisquilie e pinzillacchere varie, come accadeva a Bisanzio, dove si trastullavano col sesso degli angeli. Ma le azioni, assodato che a Roma sono messi se non peggio certamente non, molto, meglio che qui, che fra la Calabrian Connection e la Roman Connection c’è un patto evidente di mutuo sostentamento, o è la piazza che si fa sentire, o è la magistratura. Ma mi chiedo, e me lo chiedo per davvero, senza furbizie e retorica: può venire dall’ordine giudiziario il rinnovamento, l’adeguamento, la qualificazione del sistema politico e dei rapporti fra cittadini e stato? Questo avviene quando si è in patologia irreversibile, e voi mi risponderete di sì, probabilmente. La piazza: dov’è, chi c’è, che fa, che farebbe?
Il saluto di un pessimista: aiutatelo a esserlo, un pò, di meno.

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