Politici regionali senza princìpi – di Giovanni Lamanna

20 02 2007

Ecco l’ultimo articolo pubblicato dall’On. Lamanna sul Quotidiano della Calabria di domenica scorsa, 18 febbraio, il giorno prima della sua scomparsa.

Devo dire che sulla crisi regionale ho letto ben poco di razionale e approfondito.
Molti comunicati, molte dichiarazioni contraddittorie e tutte tendenti ad un’assoluzione generale.
Uno dei comportamenti che più mi ha colpito è stato l’irresponsabilità, la strumentalizzazione, il dire tutto e il suo contrario nel giro di pochi giorni.
A questo proposito si sono distinti il segretario regionale diessino (Nicola Adamo, ndr) secondo cui una volta il governatore è l’artefice di grandi cambiamenti, ed un’altra volta è un peso nocivo da gettare fuori.
Ma come si fa ad accettare una direzione politica così contraddittoria ed equivoca nell’affrontare una crisi micidiale come quella che si vive nella Regione Calabria?
E’ del tutto chiaro che con una simile direzione politica non si salva, ma si danno ulteriori colpi allo sfascio della Regione.
E che dire poi del comportamento del presidente del Consiglio Regionale (Peppe Bova, ndr) il quale parla di una bufala della stampa a proposito dei ventiquattro indagati e poi si scatena rozzamente contro il Procuratore Grasso, che afferma al contrario la veracità della presenza massiccia di indagati nel Consiglio Regionale.
Ma com’è possibile che il Presidente del Consiglio regionale che dovrebbe conoscere molto bene ogni suo componente non abbia mai sentito parlare di contaminazioni con la mafia e da buon tapino non sia mai intervenuto con la necessaria energia per mettere alla gogna i componenti marcio del Consiglio Regionale?
Evidentemente anche questo aspetto è un aspetto deleterio della concezione democratica del potere per cui i consiglieri vengono circondati da un’aria di presunta immunità, mentre la polemica il Presidente la riduce ad un attacco meschino e giudiziario contro i giovani di Locri.
Anche questa posizione di chiusura, di mancanza di tolleranza e di comprensione verso i giovani che chiedono spazio per il loro inserimento rinnovatore nella vita politica è uno dei tanti guai che hanno tolto credibilità ed autorità ad un Governo senza principi e regole democratiche.

Giovanni Lamanna

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20 02 2007
admin

Un obiettivo: la gestione onesta della res publica
di Annalisa Pontieri

Giovanni Lamanna, con la passione e sincerità del politico di vecchia data, “sprona” la sinistra a non cedere al peggior potere: quello fine a se stesso.

Sin da piccola ho sempre ascoltato le storie delle mie nonne, donne col fazzoletto in testa, che avevano occupato abusivamente le terre, conquistandosele per sempre, continuando a coltivarle finché ne hanno avuto la forza.
Donne forti, espressione di una radicata tradizione matriarcale, ve le immaginate presidiare dei fazzoletti di terra, spesso incolta, difendendosi anche con la lingua, in un linguaggio atavico, ancora non corrotto dall’italiano televisivo?
Eppure proprio quelle piccole proprietà, strappate al latifondo con la prepotenza, avevano permesso loro di sfamare i propri figli. Laddove in altre zone della Calabria, che non hanno conosciuto le drammatiche lotte per la terra, c’è ancora memoria di fame straziante e di lavoro padronale che sfiniva le energie, le donne del Crotonese possono raccontare di piccole emancipazioni: il coltivare per sé, il lavorare duro sì, ma essere l’unico proprio padrone.
Di questa emancipazione racconta Giovanni Lamanna – classe 1919, politico dalla stoffa pregiata e protagonista cosciente di quegli anni, che al movimento contadino diede un tributo di fatica, di sacrificio e d’ingegno – in alcune pagine di Calabria: cambiare rotta (Prefazione di Abdon Alinovi, Calabria Letteraria Editrice, pp. 232, € 10,00), una raccolta di articoli pubblicati tra il 1997 e il 2005 su il Crotonese, il Quotidiano della Calabria e Mezzoeuro.
Forte e commosso è il suo ricordo di un altro protagonista di quella stagione, Pasquale Poerio. Rievoca il primo incontro all’alba di una giornata di primavera del 1946 a Casabona, un paesino del Crotonese: sulla soglia di casa gli offre del whisky, che il padre aveva “arrangiato” dagli angloamericani facendo l’interprete.
Insieme girando «costernati […] per le campagne infernali del Marchesato», contribuirono alla «liquidazione del latifondo come sistema di oppressione sociale e politica» e al «riscatto umano e civile delle masse contadine».

La Calabria di ieri
Prima di quello che Lamanna chiama «evento epico» che «ebbe i suoi martiri», la condizione generale era quella per cui il poeta Vincenzo Padula così scriveva: «Lasciate di contemplare le piaghe di un Cristo di legno: io vi predico la vera religione e vi mostro un Cristo di carne, il bracciante».
Anche Antonio Gramsci ne La questione meridionale aveva scritto con poca speranza: «Cosa ottiene un contadino povero invadendo una terra incolta o mal coltivata? Senza macchine, senza un’abitazione sul luogo di lavoro, senza credito […], senza istituzioni cooperative che acquistino il raccolto (se il contadino arriva al raccolto senza prima essersi impiccato al più forte arbusto della boscaglia, o al meno tisico fico selvatico della terra incolta!) e lo salvino dalle grinfie degli usurai, cosa può ottenere un contadino povero dall’invasione delle terre incolte?»
Pur soddisfacendo in un primo momento i suoi istinti e la sua atavica fame di terra e di pane, presto si accorgeva che le braccia non bastavano ed erano necessari sementi, concimi e strumenti, e, pensando alle notti e ai giorni in una terra senza casa, senza acqua, senza luce, il contadino sentiva la sua impotenza, la sua solitudine, la sua disperazione.
Eppure l’unica alternativa dell’epoca alla terra non era che l’emigrazione, la triste consuetudine di uomini che spesso partivano soli, lasciando al paese mogli e figli, rivedendoli così di rado che quando tornavano non erano per loro che sconosciuti. Quante storie di solitudini ed estraneità familiari si celano dietro i muri delle case costruite con i risparmi maturati negli anni oltre i confini italiani, con soldi contati e lisciati prima in anguste stanzette, dove alla sera i nostri emigrati ritornavano dopo una dura giornate di fatica, e poi contati e lisciati in povere case da mogli irrobustite da solitudini senza dolcezze e da fatiche doppie, quelle maturate nel supplire anche all’assenza maritale.
Lamanna dedica belle parole a queste donne e a una in particolare, la moglie di Poerio, «piena di comprensione, di rinunzie, di sacrifici, insonne per le continue e lunghe nottate in attesa del rientro del marito. Senza donne come questa, diversa sarebbe stata la nostra vita privata e pubblica».
Leggano i giovani uomini di oggi e facciano proprio l’elogio alle donne espresso da Lamanna, anche se è vero che non esistono più le Penelopi di una volta, in paziente attesa tra amate mura domestiche. Lo stesso autore ne è cosciente, è consapevole del tempo trascorso e dimostra un’apertura di vedute che manca anche a noi (illuminante è il passo dedicato allo scandalo «sentimental-politico» dell’estate 2004!).

La Calabria di oggi
Al ricordo di ieri Lamanna accompagna la fotografia di oggi. Un oggi che, ahinoi, non conosce la realizzazione della promessa di ieri. L’emigrazione non cessa, parimenti però anche la nostra terra è diventata attrazione per popolazioni ben più sventurate, che fuggono da guerra e distruzione.
In Calabria non c’è guerra, ma la sua sventura non è minore, perché ostilità e morte clandestinamente serpeggiano tra le nostre case, non si dichiarano ma ogni giorno richiedono il loro tributo, come idoli di antiche religioni. Trovano il loro terreno fertile nell’illegalità e Lamanna queste ultime le denuncia tutte, con coraggio, in un lungo elenco che vogliamo riportare per intero: «dal non rispetto dell’ambiente e dell’igiene alla guida senza regole delle automobili. Dalla manipolazione degli elenchi anagrafici in agricoltura alle grandi frodi sui fondi europei. Dagli appalti truccati alle opere costruite sulla sabbia. Dall’evasione fiscale e parafiscale all’accaparramento fraudolento di finanziamenti pubblici. Dalle prestazioni sanitarie a quelle previdenziali. Dai fallimenti e dalle bancarotte all’arricchimento dei falliti. Dal lavoro nero all’insicurezza sul lavoro, ai bassi salari e al non versamento dei contributi. Dalle mance alla burocrazia, dalle spintarelle, dalle raccomandazioni all’alterazione e manomissione dei diritti e delle legittime aspirazioni dei cittadini. Dalla vergogna dei concorsi alle consulenze ricche e inutili a favore di parenti e nipoti».
E per toccare con mano quanto Lamanna denuncia, basta fare un piccolo tour tra le pianure più belle della regione, per vedersi sfilare davanti agli occhi teorie senza fine di capannoni industriali chiusi o sequestrati, costruiti con fondi pubblici –
come ha denunciato anche l’imprenditore Pippo Callipo – che non hanno dato alcun impulso all’occupazione, non hanno che creato nuovi immobili che in pochi anni resteranno patrimonio di imprenditori pronti a rivenderli a caro prezzo, e depauperato ancor più il territorio.
È anche in questo tipo di illegalità che si nutre e prolifera la piovra che ha in pugno la Calabria, che allunga i suoi tentacoli su ogni aspetto della vita della regione, e non solo: impregna e imputridisce ogni cosa che lambisce, infettando senza scampo la politica.

Quale speranza? «Cambiare rotta»
Lamanna non ha peli sulla lingua e preferenze di sorta, accusa con pari impeto destra e sinistra: le accusa di clientelismo, di scambio di favori, di un impoverimento umano e politico dei gruppi dirigenti, tanto da parlare di omologazione fra le due parti.
E ne parla con dolore, il dolore di chi ha lottato per delle idee genuine, quelle più proprie della sinistra, e le vede oggi a rischio di essere svuotate da guanti bianchi senza volto, ma ne parla anche con slancio, per far riflettere chi ha ancora il potere di cambiare le cose in un partito che pare stia imparando troppo in fretta dinamiche pericolose.
Infatti proprio questo «deficit grave di democrazia nella vita dei partiti spesso in mano a personaggi chiacchierati ed inidonei» è una delle cause, secondo l’autore, delle difficoltà della Calabria, così lancia questo assunto, che dovrebbe servire da monito a chi si cinge le vesti di politico intorno ai fianchi: «Se la democrazia non vive nei partiti muore nella società e nelle istituzioni».
Ciononostante, c’è ancora speranza secondo Lamanna: «Si dice che la Calabria sia una regione disgraziata, ma una regione che ha la Sila non lo è perché la Sila è un tesoro ancora nascosto da portare alla luce».
Una terra di briganti e di lupi, di predatori insomma, la Sila potrebbe segnare il passo verso una Calabria nuova?
Forse basta solo davvero cambiare rotta… o cambiare timoniere…

Annalisa Pontieri

(Rubrica a cura di Luigi Grisolia)

(www.scriptamanent.net, anno IV, n. 33, agosto 2006)

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